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CAPITOLO I
Come verso la metà del diciottesimo secolo, gli uomini di
lettere divennero i principali uomini politici del paese e quali effetti
ne risultarono
Regole semplici ed elementari
Da lungo tempo la Francia era la nazione più letterata di
Europa, nondimeno gli uomini di lettere non avevano mai dato prova dello
spirito che palesarono nel diciottesimo secolo né occupato il posto che
allora vi presero. Fu una cosa mai vista prima di allora tra noi e credo
anche in nessun altro luogo. Essi non avevano partecipato quotidianamente
alla cosa pubblica, come in Inghilterra: al contrario, non ne erano
vissuti mai più lontani; non erano investiti di alcuna autorità e non
adempivano alcuna funzione pubblica in una società già tutta piena di
funzionari. Tuttavia non rimanevano, come la maggior parte dei loro simili
in Germania, interamente stranieri alla politica, ritirati nel dominio
della filosofia pura e delle belle lettere, ma si occupavano continuamente
di materie attinenti al governo; era questa, a dir la verità, la loro
occupazione particolare. Ogni giorno li sentivate discorrere sull'origine
delle società e sulle loro forme primitive, sui diritti primordiali dei
cittadini e su quelli dell'autorità, sui rapporti naturali e artificiali
degli uomini, sull'errore e la legittimità del costume e anche sui
principi delle leggi. Penetrando così, ogni giorno, fino alle basi la
costituzione del loro tempo, ne esaminavano curiosamente la struttura e ne
criticavano il piano generale. Non tutti, è vero, facevano di questi
grandi problemi l'oggetto di uno studio particolare e approfondito; la
maggior parte anzi li sfiorava solamente e come per gioco; ma tutti se ne
occupavano. Questa politica astratta e letteraria era diffusa a differenti
dosi in tutte le opere di quel tempo e non ve ne è alcuna, dal trattato
ponderoso alla canzone, che non ne contenga un poco. Quanto ai sistemi
politici di questi scrittori, essi variavano talmente tra loro che chi
volesse conciliarli e formarne una sola teoria di governo non verrebbe mai
a capo di un simile lavoro. Tuttavia, quando si scartano i particolari per
arrivare alle idee madri, si scopre facilmente che gli autori di questi
sistemi differenti si accordano almeno su una nozione molto generale che
ognuno di loro sembra avere concepita, eguale e come preesistente nel suo
spirito a tutte le idee particolari, delle quali sia la sorgente comune.
Per quanto siano separati lungo il resto del percorso, prendono tutti le
mosse da un unico punto di partenza: tutti pensano che bisogna istituire
regole semplici ed elementari, attinte alla ragione e alla legge naturale,
in luogo dei costumi complicati e tradizionali che regolano la società del
loro tempo. A ben guardare, si vedrà che la cosiddetta filosofia politica
del diciottesimo secolo consiste soltanto in questa nozione. Un'idea
simile non era nuova: passava e ripassava continuamente da tremila anni
nell'immaginazione degli uomini, senza potervisi fermare. Come riuscì,
questa volta, ad insediarsi nello spirito di tutti gli scrittori? Perché,
invece di fermarsi, come già aveva fatto spesso, nella testa di qualche
filosofo, era scesa sino alla folla, vi aveva presa la consistenza e il
calore di una passione politica, in modo che si poterono vedere le teorie
generali e astratte sulla natura delle società divenire l'argomento dei
quotidiani discorsi fra oziosi, e infiammare perfino l'immaginazione delle
donne e dei contadini? In che modo gli uomini di lettere, che non avevano
né onori, né ricchezze, né responsabilità, né potere, divennero di fatto i
principali uomini politici del tempo, anzi i soli, perché mentre gli altri
amministravano il governo essi avevano l'autorità? Vorrei accennarvi in
poche parole, e dimostrare quale influenza straordinaria e terribile
questi fatti, che sembrano appartenere solo alla storia della nostra
letteratura, hanno avuta sulla rivoluzione e fino ai nostri giorni.
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Politica e letteratura Non a caso i filosofi del diciottesimo secolo
avevano, in genere, concepito nozioni opposte a quelle che servivano
ancora di base alla società del loro tempo; quelle idee erano state
suggerite loro naturalmente dallo spettacolo di quella stessa società che
avevano sempre sotto gli occhi. La vista di tanti privilegi abusivi e
ridicoli, di cui si sentiva sempre più il peso e di cui si vedeva sempre
meno la causa, spingeva, o meglio, faceva precipitare simultaneamente lo
spirito di ognuno verso l'idea della naturale eguaglianza delle
condizioni. E nel vedere tante istituzioni irregolari e bizzarre, creature
d'altri tempi, che nessuno aveva tentato di conciliare fra loro né di
adattare ai nuovi bisogni e che sembrava dovessero eternare la loro
esistenza dopo aver perduto la loro virtù, quei filosofi con facilità si
disgustavano delle cose antiche e della tradizione ed erano naturalmente
portati a ricostruire la società del loro tempo su un piano interamente
nuovo tracciato da ciascuno soltanto al lume della ragione. La condizione
stessa di questi scrittori li preparava a prediligere in materia di
governo le teorie generali e astratte e a credervi ciecamente.
Nell'immenso distacco dalla pratica in cui vivevano, nessuna esperienza
veniva a temperare in loro gli ardori istintivi; nulla li avvertiva degli
ostacoli che i fatti potevano opporre anche alle riforme più desiderabili;
non avevano nessun'idea dei pericoli a cui si accompagnano sempre le
rivoluzioni più necessarie, non li presentivano neppure, perché l'assenza
completa di libertà politica faceva sì che il mondo degli affari pubblici
non soltanto fosse loro mal noto, ma invisibile. Non vi facevano nulla e
non potevano vedere neanche quanto gli altri vi facevano. Mancava loro
quella conoscenza superficiale che la vista di una società libera e le
voci su quanto vi si dice danno anche a quelli che meno si interessano di
governo. Divennero, così più arditi nelle loro innovazioni, più amanti
delle idee generali, più sprezzatori della saggezza antica e anche più
fiduciosi nella loro ragione individuale di quanto per solito non siano
gli autori che scrivono libri speculativi sulla politica. La stessa
ignoranza dava in loro potere l'orecchio e il cuore della folla. Se i
francesi avessero ancora preso parte al governo, come un tempo, negli
Stati Generali, e se avessero continuato ad occuparsi giornalmente
dell'amministrazione del paese nelle assemblee delle loro provincie, si
può esser certi che mai si sarebbero lasciati infiammare, come allora
fecero, dalle idee degli scrittori. Sarebbe rimasta loro una certa pratica
degli affari, che li avrebbe messi in guardia contro la teoria pura. Se,
come gli inglesi, avessero potuto, senza abbattere le loro antiche
istituzioni, cambiarne gradatamente lo spirito con la pratica forse non ne
avrebbero immaginato tanto volentieri altre completamente nuove. Ma ognuno
di loro si sentiva ogni giorno colpito nel patrimonio, nella persona, nel
proprio benessere o nel proprio orgoglio da qualche vecchia legge, da
qualche antico uso politico, avanzo degli antichi poteri e non scorgeva
nessun rimedio che egli stesso potesse applicare al suo male particolare.
Gli sembrava che bisognasse sopportare tutta quanta la costituzione del
paese, oppure abbatterla completamente. Noi avevamo tuttavia serbato una
libertà nella rovina di tutte le altre: si poteva filosofare quasi senza
restrizioni sull'origine delle società, sulla natura essenziale dei
governi e sui diritti primordiali del genere umano. Tutti coloro che la
pratica quotidiana della legislazione molestava furono in breve
conquistati da questa politica letteraria. Ne penetrò il gusto perfino in
quelli che la natura o la condizione allontanavano di più dalle
speculazioni astratte. Non vi fu contribuente leso dall'ineguale
ripartizione della taglia che non si infiammasse all'idea che gli uomini
devono essere tutti eguali; né piccolo proprietario devastato dai conigli
del gentiluomo suo vicino che non si compiacesse a sentir dire che la
ragione condannava tutti indistintamente i privilegi. Ogni passione
pubblica si camuffò da filosofia; la vita politica fu violentemente spinta
nella letteratura e gli scrittori, prendendo a dirigere l'opinione
pubblica, si trovarono ad un certo momento al posto che per solito
occupano i capipartito nei paesi liberi. Nessuno si trovava in condizione
di contendere loro questa parte.
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L'aristocrazia Un'aristocrazia, quando è in pieno vigore, non
guida soltanto gli affari pubblici; dirige le opinioni, dà il tono agli
scrittori, dà autorità alle idee. Nel diciottesimo secolo la nobiltà
francese aveva perduto interamente questa parte del suo dominio; il suo
credito aveva seguito il destino della sua potenza: il posto che essa
aveva occupato nella direzione delle intelligenze era vuoto e gli
scrittori potevano occuparlo a loro agio e da soli. V'è di più;
l'aristocrazia stessa, di cui gli scrittori prendevano il posto, favoriva
la loro impresa; aveva talmente dimenticato come le teorie generali una
volta ammesse arrivino inevitabilmente a trasformarsi in passioni
politiche e in atti, ché le dottrine più contrarie ai suoi particolari
diritti e anche alla sua esistenza, le parevano giochi molto ingegnosi
dell'intelligenza; vi partecipava anch'essa volentieri per passare il
tempo e godeva pacificamente delle proprie immunità e dei propri
privilegi, dissertando con serenità sull'assurdo degli usi tradizionali.
Spesso ci si è meravigliati nel vedere lo strano accecamento col quale le
alte classi dell'antico regime hanno cooperato alla propria rovina: ma da
dove potevano essere illuminate? Le istituzioni libere sono tanto
necessarie ai principali cittadini, per avvisarli dei pericoli, quanto
agli infimi per difendere i loro diritti. Da più di un secolo che erano
scomparse da noi le ultime tracce di vita pubblica, nessun urto, nessun
rumore aveva rivelato la decadenza del vecchio edificio ai più
direttamente interessati al mantenimento dell'antica costituzione. Poiché
all'esterno nulla era cambiato, essi immaginavano che ogni cosa fosse
rimasta precisamente eguale. La loro mente si era fermata al punto di
vista dei loro padri. Nei cahiers del 1789 la nobiltà si mostra
tanto preoccupata delle usurpazioni del potere regio, quanto poteva
esserlo in quelli del quindicesimo secolo. Da parte sua lo sfortunato
Luigi XVI, un attimo prima di perire nello straripamento della democrazia,
continuava, come Burke giustamente osserva, a considerare l'aristocrazia
come la principale rivale del potere regio; ne diffidava come se si fosse
ancora stati al tempo della Fronda. La borghesia e il popolo, al
contrario, gli sembravano, come ai suoi antenati, i più sicuri sostegni
del trono.
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Una rivoluzione inaspettata
Ma, cosa anche più strana per noi che abbiamo sotto gli occhi
i resti di tante rivoluzioni, anche l'idea di una rivoluzione violenta era
assente dalla mente dei nostri padri. Non la discutevano, non l'avevano
concepita. Le piccole scosse che la libertà politica imprime continuamente
alle società meglio stabilite ricordano quotidianamente la possibilità di
un rivolgimento e tengono desta la prudenza pubblica; ma in quella società
francese del diciottesimo secolo, che stava per cadere nell'abisso, nulla
aveva ancora avvertito che ci si trovava sul pendio. Leggo attentamente i
cahiers compilati dai tre Ordini prima di riunirsi nel 1789; dico i
tre Ordini, cioè quello della nobiltà e quello del clero come quello del
Terzo Stato. Vedo che qui si domanda il cambiamento di una legge, là di un
uso, e ne tengo nota. Continuo così fino in fondo questo immenso lavoro e,
quando raduno tutti i singoli voti, mi accorgo, con una specie di terrore,
che quanto si chiede è l'abolizione simultanea e sistematica di tutte le
leggi e di tutti gli usi in corso nel paese; e vedo subito che si
preannunzia una delle più vaste e pericolose rivoluzioni che mai siano
apparse nel mondo. Coloro che domani ne saranno le vittime non ne sanno
niente; credono che la trasformazione totale e improvvisa di una società
così complicata e vecchia possa operarsi senza scosse, col solo aiuto
della ragione e per la sua sola virtù. Disgraziati! hanno dimenticato
perfino la massima che quattrocento anni prima, i loro padri avevano
formulata nel francese ingenuo ed energico di quel tempo: «Par requierre
de trop grande franchise et libertés cheton en trop grand servaige». Non
v'è da stupire che la nobiltà e la borghesia, da tanto tempo escluse dalla
vita pubblica, dessero prova di una così eccezionale inesperienza; ma
meraviglia soprattutto che non abbiano dimostrato maggior previdenza
quanti guidavano gli affari: ministri, magistrati, intendenti. Eppure
parecchi di costoro erano gente abilissima nel loro mestiere; possedevano
a fondo tutti i particolari dell'amministrazione del loro tempo; ma nella
grande scienza del governo che insegna a capire il movimento generale
della società, a giudicare quello che avviene nell'animo delle masse e a
prevedere quanto ne risulterà, erano inesperti quanto il popolo stesso.
Infatti soltanto il gioco delle libere istituzioni può insegnare
completamente agli uomini di Stato questa che è la parte principale
dell'arte loro.
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Il memoriale di Turgot
Ciò è evidente nel memoriale che Turgot indirizzava al re nel
1775, dove tra le altre cose gli consigliava di far eleggere liberamente
dalla nazione e di radunare ogni anno vicino a sé, per sei settimane, una
assemblea rappresentativa, senza accordarle però alcun effettivo potere.
Essa si occuperebbe solo d'amministrazione, e non mai di governo, dovrebbe
dare consigli piuttosto che esprimere volontà e in realtà non avrebbe
altro incarico se non quello di ragionare sulle leggi, senza farne. «In
questo modo, il potere regio sarebbe illuminato e non inceppato», diceva
Turgot, «e l'opinione pubblica soddisfatta senza pericolo. Perché tali
assemblee non avrebbero nessuna autorità per opporsi alle operazioni
indispensabili, e se, dato e non concesso, esse non le favorissero, S.M.
resterebbe sempre il padrone». Non si poteva misconoscere maggiormente il
valore di un provvedimento e lo spirito del proprio tempo. Veramente è
accaduto spesso che, verso la fine delle rivoluzioni, si potesse fare
impunemente quanto proponeva Turgot e senza accordare vere libertà
concederne la parvenza. Augusto lo tentò con successo. Una nazione stanca
di lunghe discussioni accetta volentieri di essere ingannata, pur di
potersi riposare, e la storia ci insegna che, per contentarla, basta
allora raccogliere in tutto il paese un certo numero di uomini oscuri e
sottomessi, e, pagandoli, far loro rappresentare davanti ad essa la parte
di assemblea politica. Ma al principio di una rivoluzione queste idee
falliscono sempre e non fanno che eccitare il popolo senza appagarlo.
L'infimo cittadino di un paese libero lo sa; Turgot, grande amministratore
com'era, lo ignorava. Se adesso si pensa che questa medesima nazione
francese, così estranea ai propri interessi, così sprovvista di
esperienza, così vincolata dalle sue istituzioni e così incapace di
modificarle, era anche, nello stesso tempo, la più letterata fra tutte le
nazioni della terra, la più innamorata dell'intelligenza, si comprenderà
facilmente come gli scrittori vi divenissero una potenza politica che finì
per essere la maggiore di tutte.
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Separazione fra classe politica e
intellettuali Mentre in Inghilterra quelli che scrivevano sul
governo e quelli che governavano erano mescolati, e gli uni facevano
conoscere nella pratica le idee nuove e gli altri correggevano e
limitavano le teorie con i fatti, in Francia il mondo politico rimase come
diviso in due provincie separate e senza comunicazione tra loro. Nella
prima si amministrava; nella seconda si stabilivano i principi astratti
sui quali ogni amministrazione avrebbe dovuto basarsi. Qui si prendevano i
provvedimenti particolari consigliati dalla pratica; là si proclamavano le
leggi generali, senza mai pensare ai mezzi di applicarle. Gli uni avevano
la guida degli affari; gli altri la direzione delle intelligenze. Sopra la
società vera, con la costituzione ancora tradizionale, confusa e
irregolare, con le leggi differenti e contraddittorie, i ranghi separati,
le classi immutabili, e i gravami diseguali, si elevava a poco a poco una
società immaginaria, nella quale tutto pareva semplice e coordinato,
eguale e giusto, conforme a ragione. Gradualmente, l'immaginazione della
folla disertò la prima per ritirarsi nella seconda. Si disinteressò di
quello che era, per pensare a quanto poteva essere, e visse infine con lo
spirito nella città ideale costruita dagli scrittori. Si è spesso fatta
derivare la nostra rivoluzione da quella d'America; la quale ebbe,
infatti, molta influenza sulla rivoluzione francese, ma non tanto per quel
che accadeva allora negli Stati Uniti, quanto per quel che si pensava
allora in Francia. Mentre per il resto dell'Europa la rivoluzione
d'America era soltanto un fatto nuovo e strano, da noi rendeva più
sensibile ed evidente quanto si credeva di conoscere già. Altrove
meravigliava, qui finiva di convincere. Gli Americani sembrava non
facessero che eseguire quanto i nostri scrittori avevano concepito; davano
sostanza di realtà a quel che noi si stava sognando. Era come se Fénelon
si fosse di colpo trovato a Salento. Questa circostanza, tanto nuova nella
storia, di tutta l'educazione politica d'un grande popolo fatta
interamente dagli uomini di lettere, contribuì forse più di tutto a
infondere un genio suo proprio nella rivoluzione francese e a farne
nascere quanto vediamo. Gli scrittori non diedero soltanto le loro idee al
popolo che la fece, ma anche il loro carattere e il loro spirito. Sotto la
loro lunga disciplina, in mancanza di altri dirigenti, in mezzo alla
profonda ignoranza della pratica in cui viveva, tutta la nazione
leggendoli finì per contrarre gli istinti, gli atteggiamenti mentali, i
gusti e perfino le bizzarrie naturali a quelli che scrivono; così, quando
dovette agire, trasportò nella politica tutte le abitudini della
letteratura.
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Un utopismo generalizzato
Quando si studia la storia della nostra rivoluzione, si vede
che è stata condotta esattamente con lo stesso spirito che fece scrivere
tanti libri astratti sul governo. La stessa attrazione verso le teorie
generali, i sistemi completi di legislazione e l'esatta simmetria nelle
leggi; lo stesso disprezzo dei fatti reali; la stessa fiducia nella
teoria; lo stesso amore per l'originale, per l'ingegnoso, per il nuovo
nelle istituzioni; la stessa voglia di rifare la costituzione tutta
intera, in una volta sola, senza tentare di correggerla nelle sue parti.
Impressionante spettacolo! perché quanto è qualità nello scrittore è a
volte vizio nell'uomo di Stato, e le stesse cose che spesso hanno fatto
comporre bei libri possono condurre a grandi rivoluzioni. Anche il
linguaggio politico prese qualche cosa di quello parlato dagli autori;
riboccò di espressioni generiche, di termini astratti, di parole
ambiziose, di movenze letterarie. Questo stile, coadiuvato dalle passioni
politiche che se ne servivano, penetrò in tutte le classi, e scese con
straordinaria facilità fino alle più basse. Molto prima della rivoluzione,
gli editti di re Luigi XVI parlano spesso della legge naturale e dei
diritti dell'uomo. Trovo che certi contadini, nelle loro suppliche,
chiamano «concittadini» i loro vicini, «rispettabile magistrato»
l'intendente, «ministro degli altari» il curato della parrocchia, «Essere
supremo» il buon Dio, e ai quali, per divenire scrittori abbastanza
cattivi, manca soltanto di conoscere l'ortografia. Queste nuove qualità si
sono tanto incorporate all'antico fondo del carattere francese che spesso
si è attribuito alla nostra natura quanto proveniva da quella strana
educazione. Ho sentito affermare che la tendenza, o meglio la passione,
che abbiamo dimostrata in politica, da sessant'anni, per le idee generali,
i sistemi e le grandi parole, deriva da non so quale attributo particolare
della nostra razza, da quanto enfaticamente si chiamava «spirito
francese»: come se questo preteso attributo fosse potuto apparire di colpo
verso la fine dello scorso secolo dopo essere rimasto nascosto per tutto
il resto della nostra storia! E, cosa strana, noi abbiamo serbato le
abitudini prese dalla letteratura pure perdendo quasi completamente
l'amore delle lettere. Spesso mi sono meravigliato, nel corso della mia
vita pubblica, al vedere persone che non leggevano affatto i libri del
diciottesimo secolo né quelli di alcun altro secolo e che disprezzavano
gli scrittori, conservare fedelmente qualcuno di quei difetti che, prima
della loro nascita, erano stati suscitati dallo spirito letterario.
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