parte istituzionale

Corso 2000-2001

invito alla lettura


Alexis De Tocqueville
Intellettuali e politica tra Antico regime e Rivoluzione

tratto da: L'Antico regime e la rivoluzione,
pp.177-186, Milano, Rizzoli, 1981

1. Regole semplici ed elementari 2. Politica e letteratura
3. L'aristocrazia 4. Una rivoluzione inaspettata
5. Il memoriale di Turgot 6. Un utopismo generalizzato

 

CAPITOLO I

Come verso la metà del diciottesimo secolo, gli uomini di lettere divennero i principali uomini politici del paese e quali effetti ne risultarono

Regole semplici ed elementari
Da lungo tempo la Francia era la nazione più letterata di Europa, nondimeno gli uomini di lettere non avevano mai dato prova dello spirito che palesarono nel diciottesimo secolo né occupato il posto che allora vi presero. Fu una cosa mai vista prima di allora tra noi e credo anche in nessun altro luogo. Essi non avevano partecipato quotidianamente alla cosa pubblica, come in Inghilterra: al contrario, non ne erano vissuti mai più lontani; non erano investiti di alcuna autorità e non adempivano alcuna funzione pubblica in una società già tutta piena di funzionari. Tuttavia non rimanevano, come la maggior parte dei loro simili in Germania, interamente stranieri alla politica, ritirati nel dominio della filosofia pura e delle belle lettere, ma si occupavano continuamente di materie attinenti al governo; era questa, a dir la verità, la loro occupazione particolare. Ogni giorno li sentivate discorrere sull'origine delle società e sulle loro forme primitive, sui diritti primordiali dei cittadini e su quelli dell'autorità, sui rapporti naturali e artificiali degli uomini, sull'errore e la legittimità del costume e anche sui principi delle leggi. Penetrando così, ogni giorno, fino alle basi la costituzione del loro tempo, ne esaminavano curiosamente la struttura e ne criticavano il piano generale. Non tutti, è vero, facevano di questi grandi problemi l'oggetto di uno studio particolare e approfondito; la maggior parte anzi li sfiorava solamente e come per gioco; ma tutti se ne occupavano. Questa politica astratta e letteraria era diffusa a differenti dosi in tutte le opere di quel tempo e non ve ne è alcuna, dal trattato ponderoso alla canzone, che non ne contenga un poco. Quanto ai sistemi politici di questi scrittori, essi variavano talmente tra loro che chi volesse conciliarli e formarne una sola teoria di governo non verrebbe mai a capo di un simile lavoro. Tuttavia, quando si scartano i particolari per arrivare alle idee madri, si scopre facilmente che gli autori di questi sistemi differenti si accordano almeno su una nozione molto generale che ognuno di loro sembra avere concepita, eguale e come preesistente nel suo spirito a tutte le idee particolari, delle quali sia la sorgente comune. Per quanto siano separati lungo il resto del percorso, prendono tutti le mosse da un unico punto di partenza: tutti pensano che bisogna istituire regole semplici ed elementari, attinte alla ragione e alla legge naturale, in luogo dei costumi complicati e tradizionali che regolano la società del loro tempo. A ben guardare, si vedrà che la cosiddetta filosofia politica del diciottesimo secolo consiste soltanto in questa nozione. Un'idea simile non era nuova: passava e ripassava continuamente da tremila anni nell'immaginazione degli uomini, senza potervisi fermare. Come riuscì, questa volta, ad insediarsi nello spirito di tutti gli scrittori? Perché, invece di fermarsi, come già aveva fatto spesso, nella testa di qualche filosofo, era scesa sino alla folla, vi aveva presa la consistenza e il calore di una passione politica, in modo che si poterono vedere le teorie generali e astratte sulla natura delle società divenire l'argomento dei quotidiani discorsi fra oziosi, e infiammare perfino l'immaginazione delle donne e dei contadini? In che modo gli uomini di lettere, che non avevano né onori, né ricchezze, né responsabilità, né potere, divennero di fatto i principali uomini politici del tempo, anzi i soli, perché mentre gli altri amministravano il governo essi avevano l'autorità? Vorrei accennarvi in poche parole, e dimostrare quale influenza straordinaria e terribile questi fatti, che sembrano appartenere solo alla storia della nostra letteratura, hanno avuta sulla rivoluzione e fino ai nostri giorni.

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Politica e letteratura
Non a caso i filosofi del diciottesimo secolo avevano, in genere, concepito nozioni opposte a quelle che servivano ancora di base alla società del loro tempo; quelle idee erano state suggerite loro naturalmente dallo spettacolo di quella stessa società che avevano sempre sotto gli occhi. La vista di tanti privilegi abusivi e ridicoli, di cui si sentiva sempre più il peso e di cui si vedeva sempre meno la causa, spingeva, o meglio, faceva precipitare simultaneamente lo spirito di ognuno verso l'idea della naturale eguaglianza delle condizioni. E nel vedere tante istituzioni irregolari e bizzarre, creature d'altri tempi, che nessuno aveva tentato di conciliare fra loro né di adattare ai nuovi bisogni e che sembrava dovessero eternare la loro esistenza dopo aver perduto la loro virtù, quei filosofi con facilità si disgustavano delle cose antiche e della tradizione ed erano naturalmente portati a ricostruire la società del loro tempo su un piano interamente nuovo tracciato da ciascuno soltanto al lume della ragione. La condizione stessa di questi scrittori li preparava a prediligere in materia di governo le teorie generali e astratte e a credervi ciecamente. Nell'immenso distacco dalla pratica in cui vivevano, nessuna esperienza veniva a temperare in loro gli ardori istintivi; nulla li avvertiva degli ostacoli che i fatti potevano opporre anche alle riforme più desiderabili; non avevano nessun'idea dei pericoli a cui si accompagnano sempre le rivoluzioni più necessarie, non li presentivano neppure, perché l'assenza completa di libertà politica faceva sì che il mondo degli affari pubblici non soltanto fosse loro mal noto, ma invisibile. Non vi facevano nulla e non potevano vedere neanche quanto gli altri vi facevano. Mancava loro quella conoscenza superficiale che la vista di una società libera e le voci su quanto vi si dice danno anche a quelli che meno si interessano di governo. Divennero, così più arditi nelle loro innovazioni, più amanti delle idee generali, più sprezzatori della saggezza antica e anche più fiduciosi nella loro ragione individuale di quanto per solito non siano gli autori che scrivono libri speculativi sulla politica. La stessa ignoranza dava in loro potere l'orecchio e il cuore della folla. Se i francesi avessero ancora preso parte al governo, come un tempo, negli Stati Generali, e se avessero continuato ad occuparsi giornalmente dell'amministrazione del paese nelle assemblee delle loro provincie, si può esser certi che mai si sarebbero lasciati infiammare, come allora fecero, dalle idee degli scrittori. Sarebbe rimasta loro una certa pratica degli affari, che li avrebbe messi in guardia contro la teoria pura. Se, come gli inglesi, avessero potuto, senza abbattere le loro antiche istituzioni, cambiarne gradatamente lo spirito con la pratica forse non ne avrebbero immaginato tanto volentieri altre completamente nuove. Ma ognuno di loro si sentiva ogni giorno colpito nel patrimonio, nella persona, nel proprio benessere o nel proprio orgoglio da qualche vecchia legge, da qualche antico uso politico, avanzo degli antichi poteri e non scorgeva nessun rimedio che egli stesso potesse applicare al suo male particolare. Gli sembrava che bisognasse sopportare tutta quanta la costituzione del paese, oppure abbatterla completamente. Noi avevamo tuttavia serbato una libertà nella rovina di tutte le altre: si poteva filosofare quasi senza restrizioni sull'origine delle società, sulla natura essenziale dei governi e sui diritti primordiali del genere umano. Tutti coloro che la pratica quotidiana della legislazione molestava furono in breve conquistati da questa politica letteraria. Ne penetrò il gusto perfino in quelli che la natura o la condizione allontanavano di più dalle speculazioni astratte. Non vi fu contribuente leso dall'ineguale ripartizione della taglia che non si infiammasse all'idea che gli uomini devono essere tutti eguali; né piccolo proprietario devastato dai conigli del gentiluomo suo vicino che non si compiacesse a sentir dire che la ragione condannava tutti indistintamente i privilegi. Ogni passione pubblica si camuffò da filosofia; la vita politica fu violentemente spinta nella letteratura e gli scrittori, prendendo a dirigere l'opinione pubblica, si trovarono ad un certo momento al posto che per solito occupano i capipartito nei paesi liberi. Nessuno si trovava in condizione di contendere loro questa parte.

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L'aristocrazia
Un'aristocrazia, quando è in pieno vigore, non guida soltanto gli affari pubblici; dirige le opinioni, dà il tono agli scrittori, dà autorità alle idee. Nel diciottesimo secolo la nobiltà francese aveva perduto interamente questa parte del suo dominio; il suo credito aveva seguito il destino della sua potenza: il posto che essa aveva occupato nella direzione delle intelligenze era vuoto e gli scrittori potevano occuparlo a loro agio e da soli. V'è di più; l'aristocrazia stessa, di cui gli scrittori prendevano il posto, favoriva la loro impresa; aveva talmente dimenticato come le teorie generali una volta ammesse arrivino inevitabilmente a trasformarsi in passioni politiche e in atti, ché le dottrine più contrarie ai suoi particolari diritti e anche alla sua esistenza, le parevano giochi molto ingegnosi dell'intelligenza; vi partecipava anch'essa volentieri per passare il tempo e godeva pacificamente delle proprie immunità e dei propri privilegi, dissertando con serenità sull'assurdo degli usi tradizionali. Spesso ci si è meravigliati nel vedere lo strano accecamento col quale le alte classi dell'antico regime hanno cooperato alla propria rovina: ma da dove potevano essere illuminate? Le istituzioni libere sono tanto necessarie ai principali cittadini, per avvisarli dei pericoli, quanto agli infimi per difendere i loro diritti. Da più di un secolo che erano scomparse da noi le ultime tracce di vita pubblica, nessun urto, nessun rumore aveva rivelato la decadenza del vecchio edificio ai più direttamente interessati al mantenimento dell'antica costituzione. Poiché all'esterno nulla era cambiato, essi immaginavano che ogni cosa fosse rimasta precisamente eguale. La loro mente si era fermata al punto di vista dei loro padri. Nei cahiers del 1789 la nobiltà si mostra tanto preoccupata delle usurpazioni del potere regio, quanto poteva esserlo in quelli del quindicesimo secolo. Da parte sua lo sfortunato Luigi XVI, un attimo prima di perire nello straripamento della democrazia, continuava, come Burke giustamente osserva, a considerare l'aristocrazia come la principale rivale del potere regio; ne diffidava come se si fosse ancora stati al tempo della Fronda. La borghesia e il popolo, al contrario, gli sembravano, come ai suoi antenati, i più sicuri sostegni del trono.

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Una rivoluzione inaspettata
Ma, cosa anche più strana per noi che abbiamo sotto gli occhi i resti di tante rivoluzioni, anche l'idea di una rivoluzione violenta era assente dalla mente dei nostri padri. Non la discutevano, non l'avevano concepita. Le piccole scosse che la libertà politica imprime continuamente alle società meglio stabilite ricordano quotidianamente la possibilità di un rivolgimento e tengono desta la prudenza pubblica; ma in quella società francese del diciottesimo secolo, che stava per cadere nell'abisso, nulla aveva ancora avvertito che ci si trovava sul pendio. Leggo attentamente i cahiers compilati dai tre Ordini prima di riunirsi nel 1789; dico i tre Ordini, cioè quello della nobiltà e quello del clero come quello del Terzo Stato. Vedo che qui si domanda il cambiamento di una legge, là di un uso, e ne tengo nota. Continuo così fino in fondo questo immenso lavoro e, quando raduno tutti i singoli voti, mi accorgo, con una specie di terrore, che quanto si chiede è l'abolizione simultanea e sistematica di tutte le leggi e di tutti gli usi in corso nel paese; e vedo subito che si preannunzia una delle più vaste e pericolose rivoluzioni che mai siano apparse nel mondo. Coloro che domani ne saranno le vittime non ne sanno niente; credono che la trasformazione totale e improvvisa di una società così complicata e vecchia possa operarsi senza scosse, col solo aiuto della ragione e per la sua sola virtù. Disgraziati! hanno dimenticato perfino la massima che quattrocento anni prima, i loro padri avevano formulata nel francese ingenuo ed energico di quel tempo: «Par requierre de trop grande franchise et libertés cheton en trop grand servaige». Non v'è da stupire che la nobiltà e la borghesia, da tanto tempo escluse dalla vita pubblica, dessero prova di una così eccezionale inesperienza; ma meraviglia soprattutto che non abbiano dimostrato maggior previdenza quanti guidavano gli affari: ministri, magistrati, intendenti. Eppure parecchi di costoro erano gente abilissima nel loro mestiere; possedevano a fondo tutti i particolari dell'amministrazione del loro tempo; ma nella grande scienza del governo che insegna a capire il movimento generale della società, a giudicare quello che avviene nell'animo delle masse e a prevedere quanto ne risulterà, erano inesperti quanto il popolo stesso. Infatti soltanto il gioco delle libere istituzioni può insegnare completamente agli uomini di Stato questa che è la parte principale dell'arte loro.

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Il memoriale di Turgot
Ciò è evidente nel memoriale che Turgot indirizzava al re nel 1775, dove tra le altre cose gli consigliava di far eleggere liberamente dalla nazione e di radunare ogni anno vicino a sé, per sei settimane, una assemblea rappresentativa, senza accordarle però alcun effettivo potere. Essa si occuperebbe solo d'amministrazione, e non mai di governo, dovrebbe dare consigli piuttosto che esprimere volontà e in realtà non avrebbe altro incarico se non quello di ragionare sulle leggi, senza farne. «In questo modo, il potere regio sarebbe illuminato e non inceppato», diceva Turgot, «e l'opinione pubblica soddisfatta senza pericolo. Perché tali assemblee non avrebbero nessuna autorità per opporsi alle operazioni indispensabili, e se, dato e non concesso, esse non le favorissero, S.M. resterebbe sempre il padrone». Non si poteva misconoscere maggiormente il valore di un provvedimento e lo spirito del proprio tempo. Veramente è accaduto spesso che, verso la fine delle rivoluzioni, si potesse fare impunemente quanto proponeva Turgot e senza accordare vere libertà concederne la parvenza. Augusto lo tentò con successo. Una nazione stanca di lunghe discussioni accetta volentieri di essere ingannata, pur di potersi riposare, e la storia ci insegna che, per contentarla, basta allora raccogliere in tutto il paese un certo numero di uomini oscuri e sottomessi, e, pagandoli, far loro rappresentare davanti ad essa la parte di assemblea politica. Ma al principio di una rivoluzione queste idee falliscono sempre e non fanno che eccitare il popolo senza appagarlo. L'infimo cittadino di un paese libero lo sa; Turgot, grande amministratore com'era, lo ignorava. Se adesso si pensa che questa medesima nazione francese, così estranea ai propri interessi, così sprovvista di esperienza, così vincolata dalle sue istituzioni e così incapace di modificarle, era anche, nello stesso tempo, la più letterata fra tutte le nazioni della terra, la più innamorata dell'intelligenza, si comprenderà facilmente come gli scrittori vi divenissero una potenza politica che finì per essere la maggiore di tutte.

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Separazione fra classe politica e intellettuali
Mentre in Inghilterra quelli che scrivevano sul governo e quelli che governavano erano mescolati, e gli uni facevano conoscere nella pratica le idee nuove e gli altri correggevano e limitavano le teorie con i fatti, in Francia il mondo politico rimase come diviso in due provincie separate e senza comunicazione tra loro. Nella prima si amministrava; nella seconda si stabilivano i principi astratti sui quali ogni amministrazione avrebbe dovuto basarsi. Qui si prendevano i provvedimenti particolari consigliati dalla pratica; là si proclamavano le leggi generali, senza mai pensare ai mezzi di applicarle. Gli uni avevano la guida degli affari; gli altri la direzione delle intelligenze. Sopra la società vera, con la costituzione ancora tradizionale, confusa e irregolare, con le leggi differenti e contraddittorie, i ranghi separati, le classi immutabili, e i gravami diseguali, si elevava a poco a poco una società immaginaria, nella quale tutto pareva semplice e coordinato, eguale e giusto, conforme a ragione. Gradualmente, l'immaginazione della folla disertò la prima per ritirarsi nella seconda. Si disinteressò di quello che era, per pensare a quanto poteva essere, e visse infine con lo spirito nella città ideale costruita dagli scrittori. Si è spesso fatta derivare la nostra rivoluzione da quella d'America; la quale ebbe, infatti, molta influenza sulla rivoluzione francese, ma non tanto per quel che accadeva allora negli Stati Uniti, quanto per quel che si pensava allora in Francia. Mentre per il resto dell'Europa la rivoluzione d'America era soltanto un fatto nuovo e strano, da noi rendeva più sensibile ed evidente quanto si credeva di conoscere già. Altrove meravigliava, qui finiva di convincere. Gli Americani sembrava non facessero che eseguire quanto i nostri scrittori avevano concepito; davano sostanza di realtà a quel che noi si stava sognando. Era come se Fénelon si fosse di colpo trovato a Salento. Questa circostanza, tanto nuova nella storia, di tutta l'educazione politica d'un grande popolo fatta interamente dagli uomini di lettere, contribuì forse più di tutto a infondere un genio suo proprio nella rivoluzione francese e a farne nascere quanto vediamo. Gli scrittori non diedero soltanto le loro idee al popolo che la fece, ma anche il loro carattere e il loro spirito. Sotto la loro lunga disciplina, in mancanza di altri dirigenti, in mezzo alla profonda ignoranza della pratica in cui viveva, tutta la nazione leggendoli finì per contrarre gli istinti, gli atteggiamenti mentali, i gusti e perfino le bizzarrie naturali a quelli che scrivono; così, quando dovette agire, trasportò nella politica tutte le abitudini della letteratura.

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Un utopismo generalizzato
Quando si studia la storia della nostra rivoluzione, si vede che è stata condotta esattamente con lo stesso spirito che fece scrivere tanti libri astratti sul governo. La stessa attrazione verso le teorie generali, i sistemi completi di legislazione e l'esatta simmetria nelle leggi; lo stesso disprezzo dei fatti reali; la stessa fiducia nella teoria; lo stesso amore per l'originale, per l'ingegnoso, per il nuovo nelle istituzioni; la stessa voglia di rifare la costituzione tutta intera, in una volta sola, senza tentare di correggerla nelle sue parti. Impressionante spettacolo! perché quanto è qualità nello scrittore è a volte vizio nell'uomo di Stato, e le stesse cose che spesso hanno fatto comporre bei libri possono condurre a grandi rivoluzioni. Anche il linguaggio politico prese qualche cosa di quello parlato dagli autori; riboccò di espressioni generiche, di termini astratti, di parole ambiziose, di movenze letterarie. Questo stile, coadiuvato dalle passioni politiche che se ne servivano, penetrò in tutte le classi, e scese con straordinaria facilità fino alle più basse. Molto prima della rivoluzione, gli editti di re Luigi XVI parlano spesso della legge naturale e dei diritti dell'uomo. Trovo che certi contadini, nelle loro suppliche, chiamano «concittadini» i loro vicini, «rispettabile magistrato» l'intendente, «ministro degli altari» il curato della parrocchia, «Essere supremo» il buon Dio, e ai quali, per divenire scrittori abbastanza cattivi, manca soltanto di conoscere l'ortografia. Queste nuove qualità si sono tanto incorporate all'antico fondo del carattere francese che spesso si è attribuito alla nostra natura quanto proveniva da quella strana educazione. Ho sentito affermare che la tendenza, o meglio la passione, che abbiamo dimostrata in politica, da sessant'anni, per le idee generali, i sistemi e le grandi parole, deriva da non so quale attributo particolare della nostra razza, da quanto enfaticamente si chiamava «spirito francese»: come se questo preteso attributo fosse potuto apparire di colpo verso la fine dello scorso secolo dopo essere rimasto nascosto per tutto il resto della nostra storia! E, cosa strana, noi abbiamo serbato le abitudini prese dalla letteratura pure perdendo quasi completamente l'amore delle lettere. Spesso mi sono meravigliato, nel corso della mia vita pubblica, al vedere persone che non leggevano affatto i libri del diciottesimo secolo né quelli di alcun altro secolo e che disprezzavano gli scrittori, conservare fedelmente qualcuno di quei difetti che, prima della loro nascita, erano stati suscitati dallo spirito letterario.

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